Dopo aver affrontato la questione del metodo di lavoro usato dal governo Monti per arrivare ad una riforma generale del mercato del lavoro, mi permetto di dire due paroline sul suo contenuto.
DOMANDA: E’ una buona riforma?
RISPOSTA: No, non lo è. In ogni caso non abbastanza.
PERCHE’? Perché non affronta, di fatto, i problemi di fondo del nostro mercato del lavoro e ne scarica i risultati sui soliti noti.
Partiamo dall’inizio: quali problemi voleva risolvere questa riforma? Nell’analisi del governo, il mercato del lavoro italiano è stretto in una morsa di eccessiva flessiblità in entrata e di pochissima flessibilità in uscita. In soldoni, assumere non conviene, licenziare è difficilissimo. Da qui, il ricorso indiscriminato e criminale a forme di lavoro-schiavitù quali “stage formativi” (gratuiti), cocopro, cococo, partite IVA fasulle, ecc ecc: tutti sistemi che non garantiscono tutele al lavoratore in caso di malattia o disoccupazione, ma che non consentono nemmeno ai giovani di accendere un mutuo per comprarsi casa, e quindi di avviare una famiglia, e quindi di consumare, con evidenti ripercussioni sull’economia. Non è solo un problema di etica e di diritti: è una delle principali cause della mancanza di crescita in Italia negli ultimi 20 anni e, non vi preoccupate, peggiorerà.
Detto questo, ci si aspettava che la riforma Monti-Fornero cambiasse qualcosa in questo senso. Lo fa, ma in modo piuttosto curioso.
Dal punto di vista della flessibilità in entrata, sostanzialmente essa: 1promette una semplificazione nella ridda di contratti atipici (ma non si è capito come); 2introduce una tassa per le aziende che fanno uso di contratti diversi da quello a tempo indeterminato (dell’1,4%); 3impone una retribuzione per stage successivi alla laurea o al dottorato; 4riforma il sistema dell’apprendistato, che durerà tre anni (durante i quali l’azienda ha forti sgravi fiscali) al termine dei quali il lavoratore dovrà essere assunto, pena la restituzione di tutto il denaro risparmiato nel trienno precedente.
Diciamolo subito: le ultime due misure sono buone, e vanno nella direzione di favorire in qualche modo giovani. Per molte grosse aziende, infatti, converrà molto di più assumere ragazzi a poco prezzo con contratto di apprendistato – visto che ora possono licenziare senza problemi i dirigenti ormai invecchiati. Sempre per le grosse aziende, poi, un aumento dell’1,4% sulla tassazione dei contratti atipici può essere importante, se riportato a grandi numeri. Sul primo punto non mi pronuncio, visto che ancora non se ne sa granché.
Il problema di fondo però è un altro: quante grandi aziende ci sono in Italia? Poche, molto poche – la maggior parte sono piccole o micro-imprese. Aziende per cui diventa oneroso prendersi un apprendista per 3 anni a queste condizioni e a cui, viceversa, un 1,4% in più su 3 o 4 contratti atipici fa, essenzialmente, un baffo. Secondo voi, assumeranno un apprendista che dovranno tenersi 3 anni e poi confermare, pena il pagamento di saccata di soldi, o continueranno con gli atipici, perdendoci un 1% (che scaricaranno, molto probabilmente, riducendo la busta paga del malcapitato\a di turno)? Ecco, ci siamo già capiti. Ecco perché non credo che il problema della flessibilità in entrata sia stato non dico risolto, ma nemmeno affrontato, da questa riforma.
Sul fronte della flessibilità in uscita, poi, sono ancora più perplesso. In pratica, la filosofia è quella di cominciare a tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro: invece di tenere in vita aziende che stanno fallendo (attraverso la cassa integrazione e la cassa integrazione in deroga, le aziende si facevano pagare dall’INPS i propri dipendenti per alcuni anni in cui erano, di fatto, già fallite), si fornisce un sussidio al lavoratore, che può già cominciare a cercare un nuovo lavoro. Chiariamoci, con la filosofia di fondo io sono d’accordissimo.
Ma ci sono alcuni punti deboli della riforma. Primo: il nuovo sussidio non andrà a coprire tutti i lavoratori. Sembra che la platea sia più ampia di quella attuale che godeva di tali diritti, staremo a vedere: in ogni caso, non è universale. Difficile che ci rientrino, per esempio, cocopro e cococo – quindi, siamo punto e a capo, ad essere tutelati saranno per la maggior parte solo ex-indeterminati. Quanto alla possibilità di licenziare (il grande, unico argomento su cui tutti si sono scannati in questi giorni, e non ho ancora capito il perché), anche qui, di fatto, si tratta di una manovra che incide solo sulle medie e grandi aziende (sopra i 15 dipendenti, per quelli sotto, l’articolo 18 già non valeva) e che è abbastanza fumosa: saranno i giudici a decidere eventuali forme di discriminazione e reintegri, quindi occorrerà creare leggi, tabelle, casistiche. L’impressione è che, se si volevano abbattare i costi della flessiblità in uscita (leggi: licenziare), questo non è riuscito se non in minima parte, perché nel computo finale occorre conteggiare anche il costo dell’incertezza per l’azienda, che non sa cosa deciderà il giudice (e in quali tempi). Inoltre, è probabile che queste misure, aggiunte a quelle di flessibilità in entrata, avranno effetti dirompenti per le categorie di lavoratori sull’orlo dei 60 anni – che potranno essere licenziati senza tanti problemi per far posto ai giovani. Benissimo, diranno i giovani (fra cui io) – ma allora perché non ritardare la riforma delle pensioni di 2 o 3 anni? La coincidenza temporale di tutte queste norme farà sì che migliaia di sessantenni si troveranno per strada, con un solo anno di sussidio, lontani 4\5 dalla pensione e senza nessuna altra forma di protezione. E non sarà un bel vedere.
Quindi? E quindi sembra che la riforma non sarà molto incisiva. Il dualismo fra protetti e non protetti continuerà come prima. E, soprattutto, la riforma non inciderà sulle piccole e medie imprese, che sono il nocciolo duro della nostra economia, quelle maggiormente investite dalla crisi, quelle che danno lavoro alla maggior parte dei lavoratori. I loro problemi sono l’alto costo dell’energia e delle infrastrutture (e non lo dico io, o dice il nuovo presidente di confindustria), una burocrazia invadente e inutile, alto costo del credito: tutti temi lasciati volutamente fuori dalla discussione, che si è concentrato sull’ormai comunque desueto articolo 18 (desueto perché già aggirato in mille modi da tutti i contratti atipici presenti e perché non applicabile alla maggioranza delle aziende nel nsotro paese).
Infine, va ricordato che anche la migliore delle riforme del mercato del lavoro non serve a nulla se il paese non ricomincia a crescere. Questo la sappiamo tutti, ma continuiamo a scordarcelo.
